«Si è rotto il patto di fiducia». È una frase che pesa come un macigno quella scelta da Confindustria per commentare le nuove misure su Transizione 5.0, approvate dal governo con il decreto fiscale.
Non è solo una questione tecnica o di numeri: il confronto si è trasformato in uno scontro aperto tra imprese e istituzioni, con accuse di retroattività e di cambiamento delle regole a giochi già fatti.
Il nodo centrale riguarda i progetti rimasti esclusi dai fondi del piano 2025. Parliamo di 7.417 investimenti che, a causa dell’esaurimento delle risorse, non avevano trovato copertura. Ora, a queste aziende verrà riconosciuto solo il 35% del credito d’imposta richiesto, con effetti concreti molto più pesanti: nella maggior parte dei casi, l’agevolazione reale scende attorno al 15,75%, ben lontana dal 45% teorico previsto inizialmente.
Transizione 5.0 sotto accusa per effetti retroattivi
È proprio questo il punto che ha fatto esplodere le tensioni. Le imprese contestano il carattere retroattivo della misura, che colpisce investimenti già pianificati e spesso completati. Secondo Confindustria, si tratta di una scelta che mina uno dei pilastri del sistema economico: la certezza delle regole.
Marco Nocivelli, vicepresidente per le politiche industriali, parla senza mezzi termini di «misure penalizzanti» e sottolinea come il provvedimento rischi di generare nuove tensioni sulla liquidità in un momento già complesso. Il problema non è solo economico, ma anche di fiducia: le aziende, infatti, avevano ricevuto rassicurazioni istituzionali sulla copertura degli investimenti.
«Non poter fare affidamento sulle norme mina profondamente la fiducia», afferma Nocivelli, evidenziando una frattura che va oltre il singolo provvedimento e tocca il rapporto tra Stato e sistema produttivo.
Dal Nord Est la protesta si fa più dura
La reazione più forte arriva dal Nord Est, uno dei motori industriali del Paese. In Veneto, le parole diventano ancora più nette e il confronto assume una dimensione politica oltre che economica.
Barbara Beltrame Giacomello, presidente di Confindustria Vicenza, definisce il decreto «inaccettabile», sottolineando come colpisca imprese che avevano rispettato tempi e condizioni, completando investimenti coerenti con gli obiettivi di innovazione ed efficienza energetica. Il punto, ancora una volta, è la coerenza: «Non si può orientare il sistema produttivo e poi cambiare le condizioni quando gli investimenti sono già stati fatti».
Il tema si intreccia con uno scenario economico già fragile. Luigino Pozzo, presidente di Confindustria Udine, richiama il rallentamento del mercato e le tensioni internazionali, evidenziando la necessità di misure che sostengano le imprese. In questo contesto, il taglio degli incentivi viene percepito come un segnale opposto rispetto alle esigenze del tessuto produttivo.
Veneto al centro del confronto tra imprese e governo
Dal Veneto arriva una posizione ancora più dura. Raffaele Boscaini, presidente di Confindustria Veneto, parla apertamente di «rottura del patto di fiducia» tra Stato e imprese, definendo il provvedimento un colpo diretto alla competitività del territorio.
Il punto critico è l’impatto sulla capacità di pianificazione. Il taglio del 65% del credito d’imposta per gli investimenti prenotati a novembre 2025 viene visto come un intervento che compromette la stabilità finanziaria delle aziende. In un sistema produttivo come quello del Nord Est, fondato su investimenti di medio-lungo periodo, la prevedibilità delle politiche economiche rappresenta un fattore essenziale.
Il confronto resta aperto, ma una cosa è già chiara: il caso Transizione 5.0 segna un passaggio delicato nel rapporto tra imprese e governo, in un momento in cui stabilità e fiducia rappresentano leve decisive per la crescita economica.








