Lavoro

Attenzione al ‘test del caffè’ al colloquio di lavoro: cosa sapere per superarlo

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Test caffè (www-odcec.vicenza.it)

Se vi siete mai chiesti cosa fosse il test del caffè al colloquio di lavoro, oltre a spiegarvelo vi diciamo anche come fare a superarlo.

Una tazza di caffè sul tavolo. Nulla di più normale durante un colloquio di lavoro. Si parla, si rompe il ghiaccio, si prova a gestire quella leggera tensione che tutti conoscono. Poi l’incontro finisce. Il candidato si alza, stringe la mano, saluta. Ed è proprio in quel momento che, in alcune aziende, può entrare in gioco un dettaglio che pochi immaginano: la tazza.

Cos’è il coffee cup test

Il cosiddetto coffee cup test è uno di quei piccoli esperimenti che circolano da anni tra recruiter e manager. Non è una procedura ufficiale, non esiste in manuali di selezione del personale, ma in molti ambienti aziendali viene raccontato quasi come una piccola tradizione. L’idea è stata resa popolare da Trent Innes, ex dirigente del settore software, convinto che i comportamenti quotidiani raccontino più di tante parole durante un colloquio.

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Test del caffè, in cosa consiste (www.odcec.vicenza.it)

Il meccanismo è semplice. Durante l’incontro il candidato riceve un caffè o una bevanda. Si parla di lavoro, esperienze, obiettivi. Nulla di diverso da qualsiasi altro colloquio. La differenza arriva alla fine. Quando la conversazione termina, alcuni selezionatori osservano una cosa molto precisa: che fine fa quella tazza.

Il gesto che può pesare più del curriculum

Chi porta la tazza in cucina o la ripone dove dovrebbe stare viene spesso percepito come una persona attenta, abituata a muoversi con naturalezza negli spazi condivisi. Non è tanto la tazza in sé a interessare, quanto l’atteggiamento che quel gesto suggerisce.

Nel lavoro d’ufficio, e più in generale nei contesti aziendali, esistono molte regole non scritte. Non sono nei contratti, non compaiono nei regolamenti. Eppure definiscono il clima di un team. C’è chi sparecchia dopo una riunione, chi sistema la sala prima di uscire, chi riempie la bottiglia dell’acqua quando finisce.

Secondo chi utilizza questo test, l’attenzione per le piccole cose racconta molto sul modo di lavorare di una persona. Non garantisce che sarà un buon dipendente, certo. Ma suggerisce un tipo di mentalità: quella di chi non si limita al minimo indispensabile.

Chi invece lascia la tazza sul tavolo potrebbe non averci nemmeno pensato. Magari è concentrato sul colloquio appena finito. Oppure pensa che qualcuno si occuperà della pulizia. Tutto comprensibile. Ma per alcuni recruiter quel gesto diventa comunque un indizio.

È una logica che ricorda quella di molte situazioni quotidiane. Nei bar, negli uffici, negli spazi condivisi. A volte le persone si distinguono proprio nei dettagli che sembrano irrilevanti.

Un metodo che divide anche i recruiter

Non tutti, però, vedono il coffee cup test come qualcosa di sensato. Anzi. Molti professionisti della selezione del personale lo considerano poco affidabile.

Un colloquio di lavoro è una situazione carica di tensione. Anche candidati preparati e sicuri possono dimenticare gesti banali. Lasciare una tazza sul tavolo non significa automaticamente essere disordinati o poco collaborativi.

C’è poi un’altra questione molto pratica. In molte aziende la pulizia degli spazi comuni è affidata a personale dedicato. In quei contesti nessuno si aspetta davvero che i dipendenti portino le tazze in cucina. Il gesto, quindi, perde completamente di significato.

Per questo molti recruiter preferiscono concentrarsi su altri elementi: il modo di parlare con i colleghi, la capacità di ascolto, la reazione alle domande difficili.

Eppure il coffee cup test continua a circolare nelle storie raccontate tra manager e selezionatori. Forse perché tocca qualcosa di familiare. L’idea che le persone si rivelino nei momenti più normali, quando non stanno cercando di fare bella figura.

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