Il mercato del lavoro veneto continua a crescere, ma non corre più come nel periodo successivo alla pandemia. I nuovi dati mostrano una regione che rallenta in modo evidente, con assunzioni meno dinamiche e un equilibrio più fragile tra ingressi e uscite dal lavoro.
In questo quadro, c’è però un’eccezione che merita attenzione. Mentre gran parte del Veneto mostra segnali di raffreddamento, Vicenza riesce ancora a distinguersi, sostenuta soprattutto dalla forza del metalmeccanico, settore che continua a rappresentare una colonna portante dell’economia locale.
Il punto non è solo statistico. Quando la crescita dell’occupazione perde slancio, il riflesso si vede anche nella vita quotidiana di famiglie, imprese e territori, perché cambiano le prospettive di stabilità, i margini di investimento e la percezione stessa della tenuta economica regionale.
Il Veneto rallenta dopo il boom degli ultimi anni
Il 2025 segna un cambio di passo netto per il lavoro dipendente in Veneto. Il saldo resta positivo, con 20.300 posti di lavoro in più, ma il confronto con il 2024 racconta una frenata evidente, visto che l’anno precedente l’incremento era stato di 34.000 posizioni.
La differenza è ampia e conferma che la fase espansiva più forte si sta progressivamente esaurendo. Non si parla di crollo, ma di un mercato che ha perso parte della spinta accumulata nel recupero post-pandemia e che ora si confronta con una domanda più debole e con una crescita meno diffusa.
Le assunzioni si fermano a quota 840 mila, in calo del 2%, mentre le cessazioni restano quasi stabili. Questo significa che il sistema continua a generare un saldo positivo, ma con margini più stretti rispetto al recente passato.
La domanda di lavoro si raffredda
Il dato che pesa di più è proprio la frenata della domanda. Se le imprese assumono meno, anche a fronte di uscite non particolarmente esplosive, il mercato si fa subito più delicato. È un segnale che emerge con particolare forza nell’ultima parte dell’anno, quando il quarto trimestre si chiude con un saldo negativo di 52 mila posizioni.
Questo passaggio dice molto sul clima economico che si è respirato negli ultimi mesi. Le aziende, soprattutto nei comparti più esposti all’andamento industriale e ai consumi, hanno iniziato a muoversi con maggiore prudenza. E quando la prudenza cresce, i primi effetti si vedono sulle nuove opportunità di lavoro.
La frenata attraversa gran parte delle categorie socio-anagrafiche. Tengono meglio gli uomini e i lavoratori senior, mentre altre fasce della popolazione attiva mostrano un contributo più debole. Anche sul piano contrattuale il quadro si fa meno brillante, con una crescita più lenta del tempo indeterminato e un peggioramento per i rapporti a termine e per l’apprendistato.
I settori che resistono e quelli che perdono slancio
Guardando ai comparti produttivi, il Veneto mostra un andamento a velocità diverse. L’agricoltura chiude in territorio negativo, penalizzata dall’aumento delle cessazioni, mentre l’industria resta positiva ma con una spinta più contenuta rispetto all’anno precedente.
Dentro l’industria convivono dinamiche molto diverse. Da una parte si registrano difficoltà marcate in settori come l’occhialeria, dall’altra emergono segnali più incoraggianti nel metalmeccanico, che continua a offrire una base occupazionale più robusta. Il terziario, invece, cresce ancora, ma rallenta nei comparti più sensibili come commercio al dettaglio, turismo e logistica.
Tradotto in termini concreti, significa che il tessuto economico regionale non si sta fermando, ma sta entrando in una fase più selettiva, in cui non tutti i comparti riescono a reggere allo stesso modo.
Vicenza è l’eccezione che spicca nel quadro regionale
In questo scenario più freddo, Vicenza rappresenta l’elemento più interessante. La provincia berica chiude il 2025 con 3.900 posti di lavoro in più, un dato in lieve miglioramento rispetto all’anno precedente e in controtendenza rispetto al rallentamento che attraversa il resto della regione.
A fare la differenza è soprattutto il peso del comparto metalmeccanico, che continua a svolgere un ruolo centrale nel sistema produttivo vicentino. È questo settore, più di altri, a compensare le difficoltà che emergono in altri ambiti e a dare al territorio una capacità di tenuta che altrove appare più debole.
Il confronto con le altre province rende ancora più evidente il dato. Rovigo e Belluno chiudono in negativo, mentre province importanti come Padova, Treviso, Venezia e Verona restano sì in terreno positivo, ma con risultati peggiori rispetto al 2024.
Un segnale utile per capire la nuova fase economica
Il Veneto, insomma, sta uscendo dalla lunga fase di rimbalzo che aveva caratterizzato gli anni successivi alla pandemia. Al suo posto si sta aprendo una stagione più moderata, meno brillante e più esposta alle differenze tra territori e settori.
In mezzo a questo rallentamento, la tenuta di Vicenza non è solo una buona notizia locale. È anche un indicatore di quanto il radicamento industriale, quando resta solido, possa ancora fare la differenza in una fase in cui il mercato del lavoro regionale mostra segnali di maggiore incertezza.








