Andare in pensione a 64 anni nel 2026 è possibile, ma solo per chi ha costruito negli anni una posizione contributiva solida e soprattutto un assegno già abbastanza alto da superare soglie precise fissate dalla legge.
La pensione anticipata contributiva resta una strada aperta, ma non è per tutti e, anzi, negli ultimi anni è diventata più selettiva.
Non basta aver raggiunto l’età e accumulato contributi. Il vero nodo è l’importo della pensione. Chi non supera una certa soglia resta fuori, anche se ha lavorato per decenni. È qui che molti si fermano, spesso senza rendersene conto fino all’ultimo.
Chi può davvero uscire a 64 anni
Questa modalità riguarda i cosiddetti contributivi puri, cioè chi ha iniziato a versare contributi dal 1996 in poi. Una platea più giovane rispetto ad altre forme di pensionamento, ma anche più esposta alle regole del sistema contributivo.
Servono almeno 20 anni di contributi effettivi, senza considerare quelli figurativi. Ma questo è solo il primo passaggio. Il requisito che pesa davvero è un altro: l’importo dell’assegno deve essere pari ad almeno 3 volte l’assegno sociale.
Nel 2026 significa superare circa 1.638 euro lordi al mese. Una cifra non impossibile, ma nemmeno così diffusa, soprattutto tra chi ha avuto carriere discontinue o stipendi bassi.
Per le donne ci sono soglie leggermente più basse, legate al numero di figli. Con uno si scende intorno a 1.529 euro, con due o più figli si arriva a circa 1.420 euro. Una differenza che può fare la differenza, ma non sempre basta.
Perché non basta aver lavorato tanto
Il punto che spesso crea confusione è questo: non conta solo quanto si è lavorato, ma quanto si è versato. Il sistema contributivo ragiona sul montante, cioè sulla somma effettiva dei contributi accumulati nel tempo.
Chi ha avuto stipendi più bassi o periodi di lavoro discontinui rischia di non raggiungere la soglia minima, anche dopo vent’anni o più di attività. E non si può compensare con la previdenza complementare: i fondi pensione non entrano in questo calcolo.
In pratica, si può avere un piano integrativo solido, ma non serve per accedere a questa uscita anticipata. Conta solo quello che è stato versato all’INPS.
Cosa cambia sull’importo della pensione
Uscire prima significa accettare alcune limitazioni. La più evidente riguarda l’importo dell’assegno. Lavorando meno anni, il totale accumulato è più basso e quindi la pensione sarà inevitabilmente più leggera.
C’è anche un altro limite meno conosciuto. Fino ai 67 anni, cioè l’età della pensione di vecchiaia, l’assegno non può superare un tetto massimo pari a 5 volte il minimo INPS. Anche chi avrebbe diritto a una cifra più alta si vede applicare questo limite temporaneo.
A questo si aggiunge una finestra di attesa di tre mesi. Significa che tra il momento in cui si maturano i requisiti e il primo pagamento effettivo passa comunque un trimestre.
La richiesta si presenta all’INPS, online tramite SPID, CIE o CNS, oppure con l’aiuto di un patronato. Dal punto di vista tecnico non è complicato, ma la parte difficile arriva prima, quando bisogna capire se conviene davvero.
Anticipare l’uscita dal lavoro può avere senso per chi ha un assegno già adeguato e vuole più tempo libero. Ma per altri può significare ridurre troppo il reddito mensile per molti anni.
È una scelta che non si prende solo guardando l’età. Si gioca tutta sui numeri, e spesso su equilibri personali che non sono così scontati come sembrano sulla carta.








