Giunge a compimento quella che possiamo effettivamente considerare una sentenza storica: cambia ogni cosa per i padri con figli piccoli.
La decisione della Corte di Cassazione mette in discussione una prassi consolidata nei tribunali: l’età del bambino non basta più, da sola, a giustificare una prevalenza automatica della madre.
Il punto emerge da un’ordinanza precisa, la 6078/2026, che interviene su un caso concreto ma apre un effetto più ampio. Fino a oggi, nei fatti, i figli piccoli venivano collocati quasi sempre con la madre. Non per una norma scritta in modo esplicito, ma per una lettura ricorrente delle situazioni familiari. Quella lettura ora viene ridimensionata.
Il criterio che cambia: non conta più solo l’età
Il riferimento resta l’articolo 337-ter del codice civile, che parla di interesse del minore e di rapporto equilibrato con entrambi i genitori. Ma la novità sta nel modo in cui questo principio viene applicato.

Cosa cambia adesso (www.odcec.vicenza.it)
La Cassazione chiarisce che non si può decidere in base a categorie generali. Dire che un bambino è piccolo non basta. Serve guardare alla situazione reale.
Nel caso esaminato, il padre aveva una disponibilità concreta: finiva di lavorare alle 14:30. Questo significa tempo per la scuola, per le attività, per la gestione quotidiana. Non un elemento marginale.
A questo si aggiungeva una rete familiare attiva, con la presenza della nonna paterna. Un fattore che nei fatti incide sull’organizzazione. Secondo i giudici, ignorare elementi di questo tipo porta a una decisione scollegata dalla realtà.
Il ruolo del padre non può essere ridotto automaticamente
Il passaggio più netto riguarda proprio questo punto. La capacità genitoriale non viene più letta in base al ruolo tradizionale, ma in base alla disponibilità concreta.
Orari di lavoro, organizzazione, presenza quotidiana. Sono questi i parametri che entrano nella valutazione.
Se un padre dimostra di poter seguire il figlio con continuità, non c’è motivo per limitarlo a un ruolo secondario. Il modello del genitore che vede il figlio solo nei weekend viene messo in discussione. Non sparisce. Ma non è più la soluzione implicita.
L’affidamento paritario diventa una possibilità reale
Un altro punto riguarda l’alternanza tra i genitori. Fino a poco tempo fa era una scelta meno frequente, spesso legata a situazioni particolari.
Con questa ordinanza, diventa una soluzione praticabile anche per figli in età scolare. La Cassazione indica che, già dagli otto anni, un bambino può gestire il passaggio tra due abitazioni, se il contesto è stabile. Non è una regola automatica. Ma è una strada che i tribunali possono percorrere con più continuità.
Il cambiamento non è solo giuridico. È operativo. Chi chiede un collocamento paritario deve dimostrare elementi concreti. Non bastano dichiarazioni. Servono orari compatibili, una struttura organizzativa, una vicinanza geografica che non stravolga la vita del minore.
Anche la capacità di gestione quotidiana entra nel quadro. Scuola, salute, attività. Tutto ciò che riguarda la vita del bambino. Questo sposta il confronto tra i genitori su un piano più pratico. Meno basato su ruoli, più su dati verificabili.
Un equilibrio che resta caso per caso
Non esiste una soluzione unica. La Cassazione non introduce automatismi. Indica una direzione. Ogni situazione resta diversa. Ci sono contesti in cui l’affidamento prevalente continuerà a essere adottato. Altri in cui l’equilibrio sarà più distribuito.
Quello che cambia è il punto di partenza. Non più un presupposto legato all’età o al ruolo, ma una valutazione costruita su elementi concreti. E questo, nei tribunali, tende a spostare il baricentro delle decisioni. Anche se, come spesso accade, il modo in cui verrà applicato dipenderà molto dai singoli casi.








