Tasse

Smartphone e cloud, arriva la nuova tassa sulla memoria: quanto pagheranno gli utenti

Tassa sugli smartphone
Arriva un'altra fastidiosissima tassa (odcec.vicenza.it)

In Italia è stato firmato il decreto che aggiorna il sistema dell’equo compenso per copia privata, una norma che affonda le radici nella legge sul diritto d’autore del 1941 ma che oggi viene estesa anche agli strumenti digitali più moderni.

La novità più discussa riguarda proprio il cloud, cioè gli spazi di archiviazione online come Google Drive, iCloud o Dropbox. Con il nuovo aggiornamento normativo, questi servizi vengono considerati potenzialmente utilizzabili per conservare copie di contenuti protetti da copyright. Per questo motivo, il decreto introduce una forma di contributo preventivo destinato a compensare artisti e titolari dei diritti.

Il principio è semplice ma controverso: non conta come utilizzi realmente lo spazio di archiviazione, ma la possibilità teorica che possa contenere musica, film o altri contenuti coperti da diritto d’autore.

Il cloud trattato come un “registratore digitale”

L’impostazione alla base della misura parte da un’idea che richiama le vecchie tecnologie analogiche. Così come in passato cassette e CD vergini erano soggetti a un contributo destinato agli autori, oggi la stessa logica viene applicata alla memoria digitale.

Secondo questa interpretazione, lo spazio cloud diventa una sorta di registratore virtuale: un luogo dove potrebbero essere conservate copie private di opere creative. Anche se molti utenti lo utilizzano solo per documenti di lavoro, fotografie personali o backup del telefono, la tassa viene applicata comunque.

Il contributo non viene calcolato sul contenuto effettivo ma sulla quantità di memoria disponibile.

Quanto si pagherà per lo spazio cloud

Il nuovo tariffario stabilisce diverse fasce di applicazione del contributo:

  • Sotto 1 GB: nessun costo previsto

  • Da 1 a 500 GB: circa 0,0003 euro al mese per ogni gigabyte

  • Oltre 500 GB: circa 0,0002 euro per ogni gigabyte aggiuntivo

È previsto anche un limite massimo: il contributo non potrà superare 2,40 euro al mese per utente.

Considerando anche gli aumenti già previsti sui dispositivi fisici come smartphone e tablet, il costo complessivo per un utente medio potrebbe arrivare a circa 30 euro l’anno.

Aumenta anche il contributo su smartphone e tablet

Il decreto non riguarda solo il cloud. L’aggiornamento dell’equo compenso coinvolge anche i dispositivi di archiviazione fisici.

Per smartphone e tablet il contributo può arrivare fino a circa 9,69 euro per dispositivo, un costo che normalmente viene integrato nel prezzo finale del prodotto e quindi pagato indirettamente dal consumatore.

In pratica, chi acquista un nuovo telefono o utilizza servizi di archiviazione online contribuisce al finanziamento dell’industria culturale anche se non copia o scarica contenuti protetti.

Il problema per i piccoli provider italiani

Uno degli aspetti più criticati riguarda l’impatto sul mercato digitale. Le grandi piattaforme internazionali hanno dimensioni tali da poter assorbire o redistribuire facilmente il costo del contributo.

Diversa la situazione per i provider cloud italiani più piccoli, che dovranno gestire nuovi obblighi amministrativi e dichiarazioni periodiche alla SIAE. Secondo diverse associazioni di categoria, questo potrebbe creare uno svantaggio competitivo rispetto ai grandi operatori globali.

Rimborso per le aziende, ma con limiti

Il decreto prevede un’esenzione per l’utilizzo professionale del cloud. Le aziende che dimostrano di usare lo spazio di archiviazione esclusivamente per scopi lavorativi possono richiedere il rimborso del contributo.

Tuttavia, è stata introdotta una soglia minima: la SIAE non erogherà rimborsi inferiori a 5 euro. Per molte piccole imprese, freelance o partite IVA, questo significa che la procedura di richiesta potrebbe risultare più onerosa del contributo stesso.

Le critiche del settore digitale

Le associazioni tecnologiche e gli operatori di rete hanno reagito con forti critiche. Organizzazioni come Anitec-Assinform e AIIP (Associazione Italiana Internet Provider) definiscono il provvedimento anacronistico, sostenendo che non tenga conto dell’evoluzione delle abitudini digitali.

Oggi infatti gran parte dei contenuti audiovisivi viene fruita in streaming, senza download o archiviazione permanente. Per molti osservatori, tassare lo spazio di memoria digitale rischia quindi di essere una misura pensata per un modello di consumo che sta progressivamente scomparendo.

Nonostante le polemiche, il decreto è ormai firmato e destinato a entrare in vigore. Questo significa che nei prossimi mesi gli effetti della nuova norma potrebbero iniziare a comparire nei prezzi dei dispositivi e nei servizi cloud utilizzati quotidianamente da milioni di utenti.

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