Il rinvio era nell’aria, ma ora è ufficiale: il contributo sulle spedizioni low cost provenienti da Paesi extra-UE slitta ancora.
Una decisione che non riguarda solo una scadenza tecnica, ma che riapre un tema più ampio – quello della concorrenza globale nell’e-commerce e della capacità degli Stati di regolarla davvero.
Il Consiglio dei ministri del 17 marzo 2026 ha deciso di posticipare al 1° luglio l’entrata in vigore del contributo di due euro sulle spedizioni extra-UE con valore inferiore a 150 euro. Una misura prevista dalla Legge di Bilancio, ma mai entrata pienamente a regime.
La motivazione ufficiale è di natura tecnica: servono più tempo e interventi per adeguare i sistemi informatici dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli. Dietro questa spiegazione, però, si intravede una difficoltà più profonda. Il provvedimento, fin dalla sua nascita, ha mostrato fragilità operative che ne hanno messo in discussione l’efficacia.
Il nodo della concorrenza globale
L’obiettivo del contributo era chiaro: da un lato aumentare il gettito fiscale, dall’altro riequilibrare la competizione con le grandi piattaforme internazionali a basso costo come Temu, AliExpress e Shein.
Questi operatori hanno costruito il loro successo su prezzi estremamente competitivi e su una logistica globale capace di abbattere i costi. Un modello che, secondo molte imprese europee, altera il mercato interno e alimenta anche un impatto ambientale significativo, legato ai volumi elevati di spedizioni.
Il contributo italiano avrebbe dovuto essere una risposta, seppur parziale, a questo squilibrio. Ma la realtà si è rivelata più complessa.

Una misura facile da aggirare(www.odcec.vicenza.it)
Il limite principale della norma è emerso subito: la sua aggirabilità. All’interno del mercato unico europeo, infatti, non esistono barriere doganali interne. Questo significa che i pacchi possono entrare in Europa da un altro Paese membro e poi essere trasferiti in Italia senza essere soggetti al contributo nazionale.
Secondo Confetra, questo scenario non è teorico ma già in atto. Alcuni flussi logistici sarebbero stati deviati, con voli cargo spostati da Malpensa verso altri hub europei, per poi raggiungere il mercato italiano su gomma. Un meccanismo che svuota di fatto la misura, rendendola inefficace proprio nel momento in cui dovrebbe colpire i grandi volumi.
Il rinvio italiano si inserisce in un contesto più ampio. Nei prossimi mesi è attesa una riforma a livello europeo che eliminerà la franchigia attuale per le spedizioni sotto i 150 euro. Al suo posto, arriverà un prelievo minimo – intorno ai tre euro – applicato in modo uniforme nei Paesi membri.
Si tratta di un cambio di approccio significativo: non più iniziative nazionali isolate, ma un sistema armonizzato capace di intervenire su scala continentale. Un passaggio che potrebbe finalmente ridurre le distorsioni e limitare le strategie di aggiramento.
Un rinvio che apre più domande che certezze
Il calendario non è casuale. Allineare la misura italiana con quella europea significa evitare sovrapposizioni e possibili confusioni per operatori e dogane. Ma resta un punto aperto: cosa accadrà davvero a luglio?
Due le ipotesi sul tavolo. La prima è che il contributo italiano entri comunque in vigore, sommando i suoi effetti a quelli europei. La seconda – più probabile ma non ancora chiarita – è che venga superato prima ancora di diventare operativo.
Nel frattempo, il rinvio racconta qualcosa di più profondo: la difficoltà degli Stati nazionali nel governare fenomeni globali che si muovono più velocemente delle regole. E mentre la normativa prova a rincorrere, i flussi commerciali hanno già trovato nuove strade.








