Lavoro

Fondi paritetici interprofessionali, 25 anni dopo: risorse, risultati e nodi ancora irrisolti

Formatore parla a un piccolo gruppo in sala riunioni, con laptop e documenti sul tavolo e sedie vuote
Sessione di formazione in una piccola azienda: partecipanti al tavolo e posti vuoti, segno di accesso non uniforme alla formazione continua.

A venticinque anni dalla nascita dei fondi interprofessionali, la fotografia scattata da Adapt per For.Te. mostra oggi, 6 luglio 2026, in Italia, un sistema della formazione continua cresciuto nei numeri ma ancora incompleto nella resa: tra 2008 e 2023, rileva lo studio curato dal giuslavorista Michele Tiraboschi e visionato da Adnkronos/Labitalia, solo il 68,5% delle risorse dello 0,30% è arrivato davvero ai fondi, mentre 4,5 miliardi di euro sono rimasti fuori circuito per prelievi strutturali e mancate adesioni delle imprese. È da qui che parte il bilancio. E, insieme, la richiesta di un riordino.

Risorse in crescita, ma una parte resta fuori dalla formazione

I numeri, intanto, sono netti. Il gettito del contributo obbligatorio dello 0,30% è salito in modo costante, passando da circa 717 milioni di euro nel 2008 a oltre 1 miliardo nel 2023; eppure, secondo la ricerca “I Fondi paritetici interprofessionali per la formazione continua venticinque anni dopo”, non tutto quello che viene raccolto finanzia davvero la formazione dei lavoratori. Nel solo 2023, a fronte di 1,1 miliardi di euro complessivi, ai fondi è andato il 70,4%, pari a 777,7 milioni. Il resto no.

Guardando l’intero periodo 2008-2023, il quadro si fa ancora più chiaro: su 14,3 miliardi di euro raccolti, appena 9,8 miliardi hanno alimentato i fondi interprofessionali, mentre circa 4,5 miliardi hanno preso altre strade. Le ragioni sono due, spiega lo studio: da un lato le aziende che non aderiscono ai fondi e lasciano il contributo nella gestione ordinaria; dall’altro il prelievo fisso di 120 milioni l’anno, introdotto dalla legge 190 del 2014, che incide a prescindere dalle scelte delle imprese. Risultato, nel 2023 ai fondi è arrivato in concreto solo lo 0,21% della retribuzione imponibile, ben sotto lo 0,30% previsto dalla norma.

Aderiscono 765 mila imprese, ma il sistema resta diseguale

Il sistema, va detto, ha comunque una base ampia: nel 2023 risultavano aderenti circa 765 mila imprese distribuite tra 19 fondi esistenti, vale a dire pressappoco il 48% delle aziende italiane con dipendenti. Un dato rilevante, ma non sufficiente a parlare di copertura piena. Quasi un’impresa su due, infatti, resta fuori, e con essa risorse che non vengono trasformate in percorsi strutturati di aggiornamento professionale.

A pesare è anche la composizione del tessuto produttivo. La grande maggioranza delle aziende iscritte è fatta di microimprese — il 78% — e di piccole imprese, che valgono un altro 18,4%; medie e grandi, messe insieme, rappresentano appena il 3,6%. Questo incide sulla domanda di formazione continua: corsi brevi, moduli essenziali, procedure semplici. Non sempre, però, i fondi riescono a intercettare questi bisogni con la stessa efficacia.

L’eterogeneità, del resto, è marcata. Ci sono fondi storici come Fondimpresa, Fon.Coop, FondArtigianato, For.Te. e Fapi, e fondi più recenti come Fondo Innova, FondItalia o Fondolavoro. Nel 2022 le adesioni risultavano nel complesso distribuite tra Nord-Ovest (26%), Nord-Est (23,1%), Centro (20,4%) e Mezzogiorno (30,5%), ma con concentrazioni territoriali e settoriali molto diverse. Alcuni restano fortemente specializzati — For.Agri nell’agricoltura, Fondoprofessioni nei servizi avanzati, Fondo Banche Assicurazioni nel comparto finanziario — altri hanno profili più trasversali.

Il caso For.Te. e il legame con le relazioni industriali

Nella ricerca, il caso di For.Te. viene indicato come uno degli esempi più significativi di possibile integrazione tra fondo interprofessionale e sistema di relazioni industriali. Nato nel 2001 su iniziativa di Confcommercio, Confetra, Abi e Ania insieme a Cgil, Cisl e Uil, il fondo opera nel perimetro del terziario di mercato e, secondo Adapt, mostra sia i limiti sia le possibilità del modello.

Negli ultimi anni For.Te. ha investito nella semplificazione delle procedure e nella digitalizzazione, intervenendo su piattaforme e passaggi amministrativi che spesso, soprattutto per le imprese più piccole, finiscono per scoraggiare l’uso delle risorse. Dal 2019, inoltre, ha introdotto negli avvisi il riferimento alla formazione per competenze e micro-competenze; dal 2022 ha avviato anche il riconoscimento di digital badge per i partecipanti ai percorsi finanziati. Un dettaglio tecnico, certo, ma non secondario: significa provare a rendere più visibili e spendibili gli apprendimenti maturati dai lavoratori.

Secondo lo studio, è proprio qui il punto. Un fondo, se ben ancorato alla contrattazione e alla bilateralità, può fare più del semplice finanziatore: può diventare una infrastruttura di sistema, capace di accompagnare la competitività delle imprese e l’occupabilità di chi lavora. Non accade ovunque, e non accade sempre. Ma il modello, almeno sulla carta, esiste.

Il nodo irrisolto: qualità della formazione e frammentazione dei fondi

La criticità principale individuata da Adapt riguarda il rapporto, ancora debole, tra fondi interprofessionali e contrattazione collettiva. “Manca ancora oggi una prospettiva di sistema”, si legge nella ricerca, perché i fondi si sono spesso affermati come soggetti autonomi, talvolta sganciati dai contratti e dai sistemi di rappresentanza da cui pure hanno avuto origine. E così la formazione finanziata rischia di restare un intervento episodico, poco connesso alle trasformazioni del lavoro.

Per Tiraboschi, la proliferazione dei fondi — favorita da criteri di selezione giudicati deboli — ha prodotto una frammentazione che riflette e, in parte, amplifica quella della rappresentanza, specie nel terziario. La competizione tra fondi, osserva lo studio, non si gioca sempre sulla qualità dei piani formativi, ma spesso sulla loro accessibilità immediata, sulle procedure, sulla rapidità. Eppure è proprio la qualità, con il coinvolgimento reale delle parti sociali a livello aziendale e settoriale, a fare la differenza.

Il rischio finale è che i fondi si comportino come attori di un mercato della formazione, anziché come strumenti di governo delle competenze dentro un sistema pubblico-privato più ordinato. Per questo la ricerca insiste su un rilancio: più raccordo con i contratti collettivi comparativamente rappresentativi, più dialogo con l’attore pubblico, più attenzione ai fabbisogni di settore e alle transizioni — tecnologiche, organizzative, occupazionali — che attraversano il lavoro. Solo allora, suggerisce il rapporto, la formazione continua potrà smettere di essere una pratica intermittente e diventare una leva stabile di sviluppo.

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