Economia

Moda, arriva la svolta green: stop alla distruzione dell’invenduto

Addetti controllano un maglione in un magazzino di moda pieno di capi appesi, scatole e tessuti piegati
Controllo e ricondizionamento dei capi invenduti in magazzino, al centro della svolta green imposta dalle nuove regole UE.

Dal 19 luglio 2026 le grandi aziende della moda non potranno più distruggere i prodotti tessili invenduti nell’Unione europea: è questo l’effetto più immediato del nuovo Regolamento Ecodesign, che entra in vigore mentre in Italia partono i saldi estivi e costringe il settore, dai marchi del fast fashion ai gruppi del lusso, a ripensare produzione, scorte e gestione dei magazzini. La misura, pensata per ridurre sprechi e impatto ambientale, avrà conseguenze pratiche già nelle prossime settimane, soprattutto per chi ha grandi volumi da smaltire e margini da difendere.

Regolamento Ecodesign, cosa cambia per gli invenduti nella moda

Il punto centrale del nuovo Regolamento Ecodesign è netto: per le grandi imprese non sarà più possibile eliminare gli invenduti tessili attraverso distruzione, smaltimento o forme di recupero che non prevedano un nuovo utilizzo del prodotto. L’unica strada ammessa, dal 19 luglio, sarà la preparazione per il riutilizzo, quindi anche ricondizionamento e rifabbricazione.

La norma, almeno in questa prima fase, distingue per dimensione aziendale. Le medie imprese avranno tempo fino al 19 luglio 2030, mentre micro e piccole imprese restano per ora escluse dal divieto. È una scansione che prova a tenere insieme obiettivi ambientali e sostenibilità industriale, anche se il settore sa bene che il passaggio non sarà indolore, specie dove gli stock si accumulano rapidamente e le collezioni si inseguono, stagione dopo stagione.

L’effetto immediato su magazzini e scorte

Nel breve periodo, spiegano gli osservatori, il primo effetto sarà un aumento della pressione sulle scorte di magazzino. Emanuela Prandelli, professoressa associata del Dipartimento di Management e Tecnologia e Lvmh Associate Professor di Fashion and Luxury Management all’Università Bocconi, ha spiegato all’ANSA che l’impatto atteso è “nel breve periodo un aumento della pressione sulle scorte”, mentre “nel medio lungo periodo l’obiettivo è quello di migliorare la pianificazione e orientare in modo più razionale la produzione”.

Tradotto: meno spazio per gli errori, meno tolleranza per la sovrapproduzione. Le aziende dovranno sapere prima quanto produrre, dove spedire, quanto tenere in deposito e per quanto tempo. Solo allora il divieto potrà trasformarsi, almeno nelle intenzioni del legislatore, in una leva per ridurre costi e sprechi. Eppure il passaggio resta delicato, perché le giacenze non spariscono con un decreto: vanno ricollocate, ripensate, in certi casi persino rifatte.

Saldi estivi più lunghi e sconti più forti: il rischio boomerang

L’entrata in vigore della norma coincide con l’avvio dei saldi estivi, che per molti marchi restano il modo più rapido per liberare spazio e trasformare gli stock in liquidità. Proprio per questo, secondo l’analisi della docente Bocconi, gli sconti potrebbero diventare più aggressivi e più prolungati, nel tentativo di alleggerire i magazzini prima che il nuovo regime entri a pieno nella pratica quotidiana delle aziende.

Ma qui si apre un problema, soprattutto per i marchi più esposti sul fronte dell’immagine. Un ricorso eccessivo ai saldi nella moda può aiutare nel brevissimo periodo, certo, però rischia di comprimere i margini e alterare la percezione del marchio presso i clienti. In negozio, online, negli outlet: se l’eccezione diventa abitudine, il consumatore cambia aspettative. E il prezzo pieno, a quel punto, fatica a reggere.

Fast fashion e lusso, due modelli diversi davanti alla stretta green

Per il fast fashion, osserva ancora Prandelli, la questione riguarda “soprattutto un tema di pianificazione”, cioè la necessità di evitare la sovraproduzione e i costi, sia economici sia ambientali, che ne derivano. È un nodo strutturale: grandi volumi, cicli veloci, collezioni continue. Se una parte consistente della merce resta invenduta, il sistema perde efficienza e il conto, stavolta, non potrà più essere nascosto con la distruzione del prodotto.

Nel lusso, invece, al tema industriale si somma quello simbolico. “Si aggiunge anche il problema di proteggere l’immagine e la desiderabilità del brand, che spesso sono ancorate alla scarsità del prodotto”, ha spiegato la docente. In altre parole, per i marchi di fascia alta l’invenduto non è solo merce ferma: è un segnale che può indebolire l’idea stessa di esclusività. Per questo il nuovo scenario potrebbe spingere le maison a produzioni più misurate, capsule più controllate e una gestione più selettiva dei canali distributivi.

La svolta ambientale e le sfide per il settore moda

La stretta europea sugli invenduti tessili si inserisce in un quadro più ampio, quello della transizione verso una moda più sostenibile e meno dipendente dallo spreco di risorse. Il messaggio politico è chiaro: non basta vendere prodotti “green” o parlare di economia circolare, bisogna intervenire a monte, sul modo in cui i capi vengono progettati, prodotti e rimessi eventualmente in circolo.

Resta da capire quanto rapidamente il settore saprà adattarsi. Per i grandi gruppi, già nelle prossime settimane, il banco di prova sarà concreto: magazzini, saldi, piattaforme di riuso, filiere del ricondizionamento. Non un dettaglio, insomma. Se la norma funzionerà, potrebbe ridurre gli sprechi e correggere eccessi produttivi consolidati; se invece prevarrà una corsa agli sconti o una gestione improvvisata delle giacenze, il rischio è di spostare il problema senza risolverlo davvero.

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