Tra il 24 e il 29 aprile 2026 il Ministero dell’Economia e delle Finanze mette in fila tre passaggi chiave delle aste dei titoli di Stato: Btp Short Term il 24 aprile, Bot il 28 e Btp a medio-lungo termine il 29. A vederli così, possono sembrare strumenti vicini. In realtà cambiano parecchio per durata, cedole e rischio legato ai tassi. Ed è proprio su questi tre punti che si gioca la scelta di banche, operatori specializzati e piccoli risparmiatori, tra chi cerca liquidità nel breve e chi invece punta a incassare una cedola nel tempo.
Bot senza cedola: il guadagno passa dallo scarto tra acquisto e rimborso
I Bot, attesi in asta il 28 aprile, sono i titoli più lineari da capire e, proprio per questo, tra i più usati da chi guarda al breve periodo. Non pagano cedole: il rendimento arriva tutto dallo scarto tra il prezzo di acquisto e il valore rimborsato alla scadenza, di norma pari a 100. In pratica, se si compra sotto la pari, lì sta il guadagno. Il meccanismo è questo.
Nel calendario del Tesoro, le emissioni di fine mese riguardano di solito titoli a breve termine, spesso semestrali, collocati con asta competitiva. Il pubblico non partecipa in modo diretto: si passa attraverso banche e intermediari autorizzati, con taglio minimo normalmente da 1.000 euro. È uno strumento essenziale, senza fronzoli. Ma proprio perché non ha cedole, si distingue dai Btp: il flusso dei pagamenti è più semplice, mentre conta molto di più il prezzo a cui il titolo viene collocato.
Btp Short Term tra 18 e 36 mesi: la via di mezzo dopo l’addio ai Ctz
Il primo appuntamento, il 24 aprile, riguarda i Btp Short Term, arrivati nel 2021 al posto dei Ctz e pensati come anello di congiunzione tra il brevissimo termine dei Bot e le scadenze più lunghe dei Btp ordinari. Nel comunicato del Mef si parla di una tranche con scadenza 28 febbraio 2028, cedola annua del 2,20% e un importo compreso tra 2,25 e 2,5 miliardi di euro. Le domande in asta devono essere presentate entro le 11, mentre il regolamento è fissato per il 28 aprile.
Qui il quadro cambia. Il titolo paga cedole semestrali fisse, quindi garantisce un flusso periodico che il Bot non offre, ma resta su una durata contenuta, in genere tra 18 e 36 mesi. Una caratteristica che aiuta a contenere, almeno in parte, l’effetto dei movimenti dei tassi. Nello stesso comunicato, il Tesoro ha anche chiarito che l’asta dei BTP€i prevista per quel giorno non si farà, per effetto di una recente emissione sindacata. Un dettaglio tecnico, sì, ma utile per capire quanto il mercato del debito pubblico venga gestito con precisione.
Btp a 5, 10 anni e oltre: sulle scadenze lunghe pesa di più il rischio tassi
Il 29 aprile il calendario si chiude con l’asta dei Btp a medio-lungo termine, la famiglia più ampia e anche la più osservata del debito italiano. Si tratta di titoli con scadenze che possono andare da 5 a 10 anni, e in alcuni casi anche oltre, con cedole fisse semestrali. Nei documenti di emissione più recenti compaiono, per esempio, cedole del 2,95% e del 3,60% su scadenze quinquennali e decennali, mentre gli importi offerti si muovono, a seconda del titolo, tra 3 e 4 miliardi.
È soprattutto qui che il rischio si vede meglio. Più la scadenza si allunga, più il prezzo del titolo tende a muoversi quando cambiano i tassi d’interesse. Se i rendimenti di mercato salgono, i Btp già emessi possono perdere valore sul secondario. E a quel punto la durata diventa decisiva. Per chi punta a tenere il titolo fino alla fine, il ragionamento è diverso: contano la cedola e il rimborso finale. Ma per chi potrebbe aver bisogno di vendere prima, il rischio di tasso pesa, e pesa molto più che sui Bot o sui Btp Short Term.








