Per le coppie e le famiglie che devono gestire spese comuni, bollette e uscite quotidiane, il tema del conto corrente cointestato torna centrale nel 2026: da un lato cresce l’autonomia finanziaria tra partner, dall’altro il caro-vita spinge molti a cercare strumenti più semplici e meno costosi per amministrare il bilancio domestico. È in questo equilibrio, non sempre lineare, che si inserisce anche il dibattito sulla proposta di legge firmata dalla senatrice Elena Murelli della Lega, che punta ad accreditare gli stipendi solo su conti personali non cointestati, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare l’indipendenza economica, soprattutto femminile.
Quando il conto cointestato conviene davvero
Negli ultimi anni, secondo una rilevazione del Census Bureau citata nel settore, la quota di coppie senza conti cointestati è salita al 23% nel 2024, contro il 15% del 1996. Il dato racconta una tendenza chiara: sempre più partner preferiscono tenere separate le proprie entrate. Eppure il conto condiviso, quando serve a pagare affitto, mutuo, scuola dei figli o utenze, resta uno strumento pratico. Soprattutto nelle famiglie in cui le spese si incrociano ogni giorno, e tenerne traccia — una dopo l’altra — diventa complicato.
La convenienza non è solo economica. Un conto cointestato consente infatti a entrambi i titolari di controllare con immediatezza entrate e uscite, evitando passaggi continui tra bonifici interni, rimborsi e calcoli a fine mese. C’è poi la scelta tra firma congiunta e firma disgiunta: nella prima ipotesi ogni operazione richiede il consenso di tutti i cointestatari; nella seconda, invece, ciascuno può agire in autonomia. È una differenza meno tecnica di quanto sembri, perché incide sul livello di fiducia e di controllo reciproco. E spesso, in casa, è proprio da lì che si comincia.
L’offerta delle banche resta limitata
Nonostante la domanda esista, il mercato bancario italiano continua a trattare i conti correnti cointestati come un prodotto secondario. Secondo un’analisi dell’Osservatorio Conti di Segugio.it, solo il 46% degli istituti esaminati permette di aprire un conto cointestato online. In molti casi, peraltro, questa possibilità non è neppure indicata con chiarezza durante la procedura di attivazione. Un dettaglio, certo. Ma per chi prova ad aprire un conto da casa, magari la sera dopo il lavoro, fa differenza.
Il divario più evidente riguarda i costi. I conti online hanno un canone medio annuo di 20,55 euro, mentre quelli aperti in filiale arrivano in media a 48 euro l’anno. La forbice si allarga se si guardano le promozioni: alcune banche azzerano il canone con l’accredito dello stipendio, della pensione o in presenza di titolari sotto una certa età. Altre no. Ecco perché, prima di firmare, conviene leggere bene le condizioni, voce per voce, anche quelle in corpo piccolo.
Canone annuo, imposta di bollo e costi nascosti
Il canone annuo resta la prima voce da controllare, ma non è l’unica. Dall’indagine emergono differenze anche marcate: il costo può arrivare fino a 120 euro l’anno, come nel caso del conto proposto da Mediobanca Premier, sebbene sia prevista la possibilità di azzerarlo a determinate condizioni. Per Deutsche Bank si parte da almeno 84 euro, mentre Intesa Sanpaolo XME Conto Silver richiede un esborso annuo di 70 euro. Sono cifre che, prese da sole, dicono poco. Inserite nel bilancio familiare, mese dopo mese, pesano.
A questo va aggiunta l’imposta di bollo, che non è inclusa nel canone e viene addebitata automaticamente all’emissione dell’estratto conto, con cadenza che cambia in base al contratto — annuale, semestrale o trimestrale. Il bollo è dovuto solo se la giacenza media supera i 5mila euro nel periodo rendicontato. Un elemento spesso trascurato, perché si guarda al prezzo iniziale e meno al costo effettivo nel tempo. Eppure è proprio lì, nel totale finale, che si misura la convenienza.
Bonifici, prelievi e carte: il costo vero è nelle operazioni
Le spese accessorie possono spostare l’ago della bilancia più del canone. Il bonifico, per esempio, nella maggior parte dei casi è gratuito, ma non sempre: Deutsche Bank applica 0,95 euro a operazione, mentre UniCredit e Intesa Sanpaolo arrivano a 1,20 euro. Per chi usa il conto condiviso per dividere le spese domestiche o trasferire somme tra conti personali, anche queste commissioni finiscono per contare.
Lo stesso vale per i prelievi di contante da sportelli di altre banche. Con Credit Agricole, secondo i dati riportati, il costo può arrivare a 2,10 euro per ogni operazione presso un istituto terzo. Banca Mediolanum, invece, non applica commissioni in questo caso, mentre altre banche le eliminano solo se si rispettano condizioni precise. Revolut chiede il pagamento soltanto oltre i 200 euro di prelievo e dopo cinque operazioni mensili; Fineco e Widiba fanno pagare un euro solo per prelievi inferiori a 100 euro.
C’è poi il caso degli istituti senza una rete fisica di sportelli, come Ing, che operano in modalità di fatto cashless: per ottenere contante bisogna appoggiarsi ad altre banche, pagando in questo caso una commissione fissa di 0,95 euro, indipendentemente dall’importo. Morale, se si può dirla così: il conto cointestato conviene soprattutto quando serve davvero a concentrare le spese comuni e quando le abitudini dei titolari sono compatibili con il profilo dei costi. Non esiste una soluzione buona per tutti. Esiste, semmai, quella giusta per quella casa, in quel momento.








