Diritto

A un’ora da Milano, il viaggio nel futuro che sorprende tutti

Cliente in un caffè a Lugano paga con smartphone “Paga in BTC/USDT” mentre la barista serve un espresso
In un bar di Lugano un cliente paga il caffè con BTC/USDT, simbolo dell’uso quotidiano delle crypto oltreconfine.

A Lugano, a meno di un’ora da Milano Centrale, nel giugno 2026 si può pagare un caffè in Satoshi, una tassa comunale in Tether e una multa in Bitcoin: è il punto più visibile di una frattura ormai netta tra il modello svizzero sulle cripto-attività e quello italiano, che dopo l’entrata in vigore del MiCA ha scelto controlli più stringenti e una tassazione più alta sulle plusvalenze. Il risultato, secondo operatori e consulenti che lavorano sull’asse Italia-Svizzera, è un confine che non divide solo due Stati, ma due modi diversi di trattare capitali digitali, imprese e investitori.

Lugano crypto hub, dai pagamenti all’infrastruttura digitale

Il cambio di passo ha una data precisa: 3 marzo 2022, quando la Città di Lugano e Tether Operations Limited firmarono il memorandum che ha dato il via al progetto Plan ₿. Quattro anni dopo, il 3 marzo 2026, quell’intesa è stata rinnovata con una Fase II 2026-2030 e, secondo quanto riportato da Ticino Welcome, con un impegno fino a 5 milioni di franchi svizzeri per trasformare un esperimento urbano in un’infrastruttura stabile.

Oggi in città oltre 400 esercenti accettano BTC, USDT e il token locale LVGA; le fatture comunali, dalle imposte alle rette scolastiche, sono pagabili in criptovalute con conversione gestita da Bitcoin Suisse. Il circuito MyLugano, ancorato al franco svizzero e regolamentato da FINMA, offre anche un cashback del 10%: un incentivo semplice, concreto, che ha spinto l’uso quotidiano del sistema.

Intanto il baricentro si è spostato. Non più solo pagamenti retail, ma digital bond emessi sulla piattaforma SIX Digital Exchange, un hub fisico come PoW.space con oltre 100 aziende fintech e blockchain, e un forum internazionale, il Plan ₿ Forum, che nel 2025 ha richiamato più di 4.000 partecipanti da 64 Paesi. In quel momento, e forse solo allora, Lugano ha smesso di sembrare una vetrina locale.

La regolazione svizzera: controlli, FINMA e trasparenza fiscale

Raccontare la Svizzera come un territorio senza regole sarebbe fuorviante. Il pilastro resta il DLT Act, in vigore dal 2021, che ha inserito i token dentro gli istituti giuridici esistenti, adattando il diritto svizzero senza costruire un impianto separato.

La vigilanza, affidata alla FINMA, si è rafforzata anche nel 2026. La Guidance 01/2026 del 12 gennaio ha ribadito il principio “same risks, same rules” per la custodia transfrontaliera delle cripto-attività, imponendo la segregazione patrimoniale degli asset dei clienti: in caso di insolvenza del custode, i beni riconducibili al cliente restano separati dalla massa fallimentare.

Sul piano fiscale, però, la differenza si sente. Per gli investitori privati, in Svizzera le plusvalenze su criptovalute in linea generale non sono tassate, salvo i casi di attività professionale; resta l’imposta patrimoniale, con aliquote contenute. Ma non c’è opacità: dal 1° gennaio 2026 è entrato in vigore il CARF dell’OCSE, recepito dalla Confederazione, e dal 2027 i provider dovranno raccogliere e trasmettere i dati dei clienti alle autorità fiscali, con scambio automatico verso i Paesi partner dal 2028.

Italia, MiCA e tassa al 33%: perché il divario pesa

L’Italia non è rimasta ferma. Il regolamento europeo MiCA, applicabile dal 30 dicembre 2024, ha creato un quadro comune per l’emissione e i servizi legati alle cripto-attività, mentre Consob e Banca d’Italia hanno avviato l’adeguamento della vigilanza e degli standard operativi per i soggetti del settore.

Il nodo, però, è fiscale. Con la Legge di Bilancio 2025, l’aliquota sulle plusvalenze da crypto-attività è salita al 33% dal 1° gennaio 2026; nei primi mesi dell’anno si è discusso anche di un possibile rialzo al 42%, poi non portato a termine. A questo si sommano la fine della soglia di esenzione da 2.000 euro, il quadro RW e una serie di adempimenti che, per piccoli investitori e professionisti, hanno un peso tutt’altro che marginale.

È qui che il confronto con Lugano diventa politico prima ancora che tecnico. Da una parte una città che incentiva l’uso di Bitcoin e stablecoin nell’economia locale; dall’altra un Paese che recepisce le regole europee ma rende più costosa la permanenza del capitale digitale. I consulenti fiscali lo dicono a mezza voce, gli operatori un po’ meno: il rischio di uno spostamento verso la piazza svizzera è reale.

I rischi del modello e il confine che cambia

Il quadro, va detto, non è privo di ombre. Tether, partner centrale del progetto luganese, resta un attore osservato con attenzione dai regolatori per struttura patrimoniale e dimensioni; inoltre il trasferimento di Giancarlo Devasini e Paolo Ardoino verso El Salvador, spiegato dal sindaco Michele Foletti con ragioni “strategiche e geoeconomiche”, ha aperto interrogativi in città.

Ci sono poi i temi della sicurezza e della geopolitica. Il caso, seguito dai media svizzeri, del rapimento di un imprenditore italiano per ottenere le chiavi dei wallet ha riportato al centro i rischi personali legati alla custodia diretta degli asset digitali. E a Paradiso, comune confinante con Lugano, la presenza dell’associazione Racib Svizzera, segnalata dal Corriere del Ticino, ha acceso l’attenzione sul rapporto tra blockchain, circuiti russi e possibili aggiramenti delle sanzioni.

Eppure il dato di fondo non cambia. Tra Milano e Lugano corre ormai una frontiera regolatoria che si misura in tasse, licenze, infrastrutture e tempi di risposta delle istituzioni. Se la Svizzera punta su chiarezza normativa e imposizione moderata, l’Italia cerca una sintesi tra tutela e gettito. Per ora, almeno osservando i flussi di imprese, startup e professionisti, il traffico sembra andare in una direzione sola.

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