Le medie imprese industriali italiane prevedono di chiudere il 2026 con un fatturato in crescita del 2,5% e con esportazioni in aumento del 2,7%, ma il quadro resta appeso all’incertezza globale e alla difficoltà, segnalata da quasi nove aziende su dieci, di trovare personale: è quanto emerge dai due studi presentati oggi a Siena, nella sede di Mps, dall’Area Studi Mediobanca, dal Centro Studi Tagliacarne e da Unioncamere. Il dato, in controluce, racconta un sistema che continua a muoversi ma con prudenza, mentre guerre commerciali, costo del credito e tensioni geopolitiche finiscono per pesare sulle decisioni di investimento. Eppure il segmento tiene, anzi resta centrale nell’economia manifatturiera del Paese.
Medie imprese italiane, crescita attesa ma con il freno dell’incertezza
Dal 25esimo Rapporto sulle medie imprese industriali italiane e dallo studio intitolato “Le medie imprese italiane tra continuità e trasformazione: governance, capitale umano e geopolitica” esce una fotografia netta: le aziende di taglia intermedia continuano a crescere, ma lo fanno in un contesto meno lineare rispetto al passato. Secondo i dati illustrati a Siena, oltre 7 imprese su 10 ritengono che la situazione internazionale possa frenare le prospettive di business nei prossimi mesi; un’incertezza che riguarda mercati, forniture, domanda estera. Non è un allarme generico, piuttosto un segnale diffuso: le imprese vedono spazio per avanzare, solo allora però se il contesto non peggiorerà ulteriormente.
Il peso delle medie imprese nell’industria manifatturiera
I numeri, del resto, spiegano bene perché questo universo venga definito sempre più strategico. Le medie imprese producono il 16% del fatturato dell’industria manifatturiera italiana, rappresentano il 15% del valore aggiunto e valgono il 13% delle esportazioni oltre a coprire il 13% dell’occupazione complessiva del comparto. Sono quote rilevanti, che restituiscono il profilo di aziende spesso meno visibili dei grandi gruppi ma radicate nei territori, con filiere lunghe e una presenza consolidata sui mercati esteri. In altre parole, un pezzo consistente del made in Italy industriale passa da qui, dai distretti, dalle imprese familiari evolute, da governance che cambiano lentamente ma cambiano.
Ventinue anni di espansione tra fatturato, export e occupazione
Nell’arco dei 29 anni osservati dai ricercatori, il segmento è salito da 3.377 a 3.491 imprese, con un’espansione che non riguarda soltanto il numero delle aziende. Il giro d’affari complessivo è aumentato del 178,3%, le vendite oltreconfine del 290,7%, mentre l’occupazione è cresciuta del 47,2%. È una traiettoria lunga, non lineare, che attraversa crisi finanziarie, pandemia, shock energetici; eppure il dato finale conferma una capacità di adattamento che nel rapporto viene letta come uno dei tratti distintivi delle medie imprese italiane. Hanno investito, si sono internazionalizzate, in molti casi hanno cambiato assetto manageriale senza perdere il legame con il territorio. Ma proprio qui si inserisce la contraddizione più evidente: la spinta c’è, il capitale umano molto meno.
Personale introvabile e il caso Toscana con il focus su Siena
Il nodo del lavoro resta infatti il più scoperto. Quasi il 90% delle imprese coinvolte nello studio segnala difficoltà nel reperimento di personale, una quota che dice molto più di qualsiasi dichiarazione di principio: mancano profili tecnici, competenze specializzate, figure intermedie capaci di entrare subito nei processi produttivi. Un problema che rallenta la crescita e che, hanno osservato i promotori del rapporto, rischia di comprimere anche la capacità di innovazione. In Toscana, intanto, il radicamento delle medie imprese appare particolarmente visibile nell’area senese: qui si concentra circa il 9% delle aziende regionali di questa fascia dimensionale, con ricavi pari a 1,1 miliardi di euro, cioè il 10% del totale realizzato dalle imprese toscane di taglia intermedia. Siena, insomma, non è stata scelta per caso per la presentazione. C’è un tessuto produttivo che tiene, esporta, crea lavoro. Ma chiede stabilità, competenze e un orizzonte un po’ meno incerto.








