Lavoro

Caldo record, operai a rischio: Di Franco accusa il governo di misure inutili dal 1° luglio

Operaio edile sudato seduto su blocchi di cemento con casco e giubbotto, tiene una bottiglia d’acqua in cantiere
Un operaio si ferma all’ombra in un cantiere polveroso, simbolo dei rischi legati al caldo estremo sul lavoro.

ROMA, 28 giugno 2026 – L’emergenza caldo nei cantieri edili è già in corso da giorni in tutta Italia, ma secondo la Fillea Cgil molti lavori non si stanno fermando nonostante le ordinanze regionali e le temperature oltre soglia: a denunciarlo è il segretario generale Antonio Di Franco, che in un colloquio con Adnkronos/Labitalia punta il dito contro il governo, giudicando tardivo il provvedimento annunciato nel Dl Infrastrutture, mentre sullo sfondo resta la morte di Stefano Tonin, operaio di 57 anni deceduto a Padova “probabilmente di caldo” durante il lavoro.

Caldo estremo nei cantieri, l’accusa del sindacato al governo

Per il sindacato degli edili, la situazione non è più leggibile come una parentesi estiva. È già, semmai, un problema strutturale. Di Franco parla di quadro “molto grave” e sostiene che la linea dell’esecutivo sia quella di non intervenire davvero, perché la misura allo studio entrerebbe in vigore solo dal 1 luglio, quando in molte città l’allerta per stress termico è già alta da giorni. “È inconcepibile che nel 2026 in Italia si muoia di caldo sul posto di lavoro”, ha detto, richiamando il caso di Padova, dove la morte di Stefano Tonin è diventata, nelle parole del sindacalista, il simbolo di un sistema che continua a produrre ritardi e zone grigie. Il punto, spiega la Fillea Cgil, è che la bozza prevista nel decreto non imporrebbe stop automatici, ma offrirebbe soltanto alle imprese la possibilità di chiedere una cassa integrazione in deroga: una facoltà, non un obbligo. Eppure, osserva il sindacato, servirebbe altro. Una norma organica, capace di bloccare i lavori quando il rischio diventa alto, senza lasciare margini a interpretazioni o rinvii.

Le ordinanze regionali e i cantieri pubblici che restano aperti

In questo momento, ricorda Di Franco, sono 13 le ordinanze regionali adottate in Italia contro il caldo nei cantieri, ma il mosaico è frammentato, diverso da territorio a territorio, e spesso costruito con formule che lasciano spazio a dubbi. Il nodo, soprattutto, è l’eccezione della pubblica utilità. Dietro quella definizione, dice il sindacalista, si nasconde nei fatti la possibilità di non fermare una larga parte dei lavori. Tradotto: molti cantieri pubblici continuano a restare aperti anche nelle ore più pesanti, quando la temperatura percepita supera i 35 gradi. È questo il punto che la categoria considera più critico, perché proprio i cantieri più visibili — comunali, regionali, statali — sarebbero quelli meno inclini a rispettare gli stop. In Calabria, per esempio, il presidente Roberto Occhiuto è stato tra i primi a firmare un’ordinanza, ma secondo la Fillea il problema resta nella vigilanza concreta: i committenti pubblici, ha spiegato Di Franco, non sempre controllano l’applicazione dei divieti e non sempre fermano i lavori. Così il testo c’è, almeno sulla carta. Sul terreno, però, la situazione cambia poco.

Controlli deboli e segnalazioni a ispettorato, prefetture e procure

Il sindacato, racconta ancora il segretario della Fillea Cgil, ha continuato in questi giorni a presentare segnalazioni alle autorità competenti, dall’ispettorato del lavoro alle prefetture, fino alle procure. Ma anche qui il problema è evidente: senza controlli rapidi e diffusi, le ordinanze rischiano di restare strumenti fragili. Di Franco mette in fila una critica più politica che tecnica, e la formula è netta. “In questo Paese siamo perennemente in campagna elettorale”, osserva, e le opere pubbliche portano consenso, inaugurazioni, visibilità. Da qui, il sospetto del sindacato: si preferisce non rallentare i cronoprogrammi, anche davanti a una ondata di calore che ormai tocca gran parte del Paese. I cantieri, soprattutto quelli pubblici, “sono sotto gli occhi di tutti”, eppure — questo il j’accuse — molti fanno finta di non vederli. Il meccanismo, ha ammesso Di Franco, finisce per scaricare il peso sull’ultimo anello della catena, cioè sui lavoratori esposti per ore al sole, spesso nelle fasce più critiche della giornata, tra tarda mattina e primo pomeriggio. È lì che, solo allora, il tema della sicurezza smette di essere astratto.

Dal clima all’organizzazione dei lavori, perché per gli edili il problema è strutturale

Per la Fillea Cgil non si può più parlare di emergenza in senso stretto, come se si trattasse di un evento occasionale. Il mutamento climatico, sostiene Di Franco, è ormai una realtà con cui fare i conti nella progettazione delle opere e nell’organizzazione dei tempi di lavoro. Se d’estate i cantieri edili rallentano perché gli operai non possono lavorare nelle ore più calde, questa condizione — inevitabile nei fatti, anche se non nei decreti — dovrebbe essere prevista già nei bandi, nei capitolati, nei cronoprogrammi. Oggi invece accade il contrario: il committente non ferma il cantiere, l’impresa che ha vinto l’appalto teme penali se non consegna nei tempi, e così il costo del ritardo viene spostato sulla salute di chi lavora. È qui, ha spiegato il leader sindacale, che il tema diventa strutturale. Inserire nei progetti una riduzione delle ore lavorabili nei mesi estivi significherebbe evitare sanzioni per le imprese e, insieme, proteggere i lavoratori. In molte aree del Paese si toccano i 40 gradi, e l’allerta stress termico riguarda ormai le principali città italiane. Continuare a trattare tutto questo come un episodio temporaneo, è la conclusione del sindacato, non basta più.

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